Aree abbandonate? Riqualificarle è semplice, basta solo copiare da Londra…

Aree dismesse abbandonate all’incuria e al degrado; consumo di nuovo territorio “sacrificato” sull’altare di nuovi cantieri edili quando ci sono centinaia di edifici già esistenti che potrebbero essere ristrutturati salvando il verde; paesaggi distrutti da interminabili periferie e dalla crescita disordinata delle città;  degrado dei centri urbani… Sono molti e sempre più drammaticamente attuali i temi trattati da Giorgio Dell’Acqua in un articolo realizzato per Case & Terreni, l’osservatorio immobiliare di Bergamo e provincia realizzato da Appe Confedilizia in collaborazione con l’Eco di bergamo. Problemi gravissimi, per i quali però potrebbe essere trovata una soluzione in modo tanto semplice quanto rapido. copiando quanto avvenuto a Londra, come ha spiegato lo stesso Giorgio dell’Acqua nell’articolo che riproponiamo. “Valorizzare le aree dismesse presenti in abbondanza sul territorio individuando e programmando un piano serio di riuso e di riqualificazione è un’occasione per far sì che la città si riappropri di aree dimenticate, incentivando uno sviluppo che riduce al minimo il consumo di nuovo territorio. Mai come in questi anni il tema è diventato prioritario per combattere emergenze diverse. A cominciare dall’emergenza ambientale, alla quale ormai non si può più derogare.

I centri urbani si sono degradati mentre la periferia cresceva in fretta e senza ordine

Il forte inurbamento provoca dissesti sul clima, sulla geologia, sull’agricoltura ed è causa di una progressiva riduzione e di un impoverimento delle aree verdi e delle campagne. Negli ultimi 60 anni abbiamo assistito a una progressiva e sempre più massiccia distruzione del paesaggio attorno alle nostre città che si sono sviluppate generando una sconfinata e interminabile periferia. C’è poi l’emergenza del degrado sociale, subìto da chi vive in ambienti urbani indefiniti, originati dallo sprawl urbano, ovvero dalla città diffusa frutto di una rapida e disordinata crescita che ha come conseguenza periferie che sono “non luoghi”, sempre più spersonalizzate e sempre meno aggreganti. E il degrado dei centri urbani è direttamente proporzionale all’aumento di aree dismesse. Infine c’è l’emergenza dell’attuale stagnazione del mercato immobiliare che limita le già non frequenti opere di recupero. Questi fattori negativi possono, anzi devono, diventare occasione per una riqualificazione urbana e allo stesso tempo devono essere occasione per una crescita sostenibile limitando o azzerando l’uso di nuovo territorio.

Guardiamo cosa ha saputo fare sir Richard Rogers con la Urban Task Force

Un esempio da seguire è quello “progettato” da sir Richard Rogers, architetto e urbanista che ha lungamente operato a Londra, realizzando, nel periodo in cui Tony Blair era primo ministro, la Urban Task Force, struttura finalizzata alla rigenerazione dei sistemi urbani delle città inglesi recuperando le aree urbane industriali dismesse, identificate con il nome di brown field, e facendo fronte a un incremento di circa un milione di abitanti in 10 anni, senza per questo impegnare gli spazi verdi intorno alla città, i cosidetti green field.

Così gli inglesi hanno saputo ridare vita ai  brown field salvando i green field…

Questa esperienza ha dato vita a una legge nazionale del 2001 che impone l’obbligo di costruire il 70 per cento dell’edificazione programmata su brown field, quindi su aree o edifici di recupero. È evidente che la realtà complessa di una metropoli come Londra non è facilmente trasferibile nell’ambito urbano di Bergamo, anche se si dovrebbe velocemente smettere di pensare alla nostra città limitata ai suoi confini amministrativi, considerato che la sua area metropolitana, comprensiva dei soli Comuni confinanti, conta circa 482mila abitanti. Secondo i dati del censimento delle aree dismesse presenti sul territorio della Regione Lombardia (www.territorio.regione.lombardia.it), sono 58 quelle presenti nella Bergamasca, alcune delle quali con progetti di riqualificazione approvati e già in atto, altre senza alcun futuro.

 Bergamo deve trovare un futuro a ex Fervet, area Reggiani, ex Ospedali Riuniti,  caserma Montelungo…

La presenza a Bergamo di aree dismesse o in dismissione offre una grande opportunità che occorre cogliere e pianificare. Si presenta una reale occasione per porre un limite al consumo di suolo e di energia; la città può così svilupparsi riutilizzando contenitori dismessi all’interno dei suoi confini crescendo in modo sostenibile. Alcuni esempi, tra i più significativi, sono quelli delle aree della ex Fervet, dell’area Reggiani, degli Ospedali Riuniti, della caserma Montelungo, del Consorzio agrario di via Bono, dell’ex gasometro alla Malpensata, della vecchia fonderia a Campagnola. L’occasione per recuperare questi contenitori, pubblici o privati, deve rappresentare uno stimolo per avviare un processo politico dinamico, pur riconoscendo tutte le difficoltà burocratiche cui anche la più efficiente delle amministrazioni è soggetta.

… ma anche all’ex Consorzio agrario di via Bono, all’ex gasometro alla Malpensata, alla vecchia fonderia a Campagnola

La politica, con l’apporto propositivo dell’urbanistica, può e deve da un lato controllare e dirigere, attraverso il recupero di queste aree, uno sviluppo calibrato e sostenibile, e dall’altro lato può e deve proporre strategie di incentivazione degli operatori. Non è più pensabile giungere alla dismissione di una grande area o di un grande contenitore senza che sia stato prima tracciato un percorso urbanistico che controlli e faciliti tutte le fasi di recupero e di riutilizzo. L’apporto della pianificazione è indispensabile: occorre interrogarsi su cosa serve alla città, su quali sono i settori in crisi, quali servizi concorrono al miglioramento della qualità della vita. Questi sono gli argomenti reali che influiscono sulla vita dei cittadini.

Basta centri commerciali e megastore, riapriamo il negozio di quartiere e il  piccolo laboratorio artigiano

Stiamo assitendo al proliferare indiscriminato di centri commerciali e megastore in ogni area disponibile e, allo stesso tempo, alla progressiva chiusura del negozio di quartiere o del piccolo laboratorio artigiano, con la fine dei mestieri legati a una tradizione fino a ieri ben radicata nel nostro vissuto. Perché allora non pensare a distretti del piccolo commercio e artigianato, a spazi per incubatore di imprese, a infrastrutture, a servizi, a residenze che con la loro presenza, non solo riconnettano frange di città degradate, ma favoriscano una crescita al servizio di chi ci vive? Non è impossibile: altre nazioni europee lo hanno fatto. Con successo”.

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