Quello della casa in affitto è un mercato in fallimento per colpa di politiche nazionali fallimentari. Si potrebbe riassumere così il contenuto dell’ultimo – non certo per importanza – testo in materia di locazioni immobiliari scritto da Vincenzo Vecchio, presidente nazionale dell’ Appc, Associazione piccoli proprietari di case, documento la cui presentazione assume un significato ancor più particolare considerato che è stato presentato in perfetta coincidenza con l’approvazione da parte del Governo del Piano casa nazionale. Una concomitanza che ha ulteriormente acceso i riflettori su un’analisi capace di offrire una radiografia che ora necessita solo di una cosa: di un intervento. Possibilmente affidato a chi ha conoscenza della materia, e sa “operare” nel migliore dei modi, e che proprio nelle ” proposte” che il presidente di Appc avanza potrebbe trovare le indicazioni per guarire un “ammalato” che appare decisamente gravissimo. Consigli che Vincenzo Vecchio ha messo nero su bianco (oltre che letto di fronte a una platea attentissima in occasione di un convegno dedicato proprio all’emergenza casa organizzato dal Comune di Bergamo a fine giugno) non senza aver prima fatto una diagnosi dalla quale è emerso, appunto , che “il mercato immobiliare italiano della locazione si trova in uno stato di oggettivo fallimento funzionale, strutturalmente incapace di far incontrare in modo efficiente la domanda – sempre più orientata all’affitto per ragioni di flessibilità e contrazione del potere d’acquisto – e l’offerta a canoni equi”.
Il Piano casa appena varato dal Governo è del tutto inadeguato…
Con le cause di questo cortocircuito che risiedono in decenni di programmazione macroeconomica ed edilizia errata”, come ha denunciato Vincenzo Vecchio, “ con l’inadeguatezza del Piano casa nazionale e un’attuale programmazione che prevede la realizzazione di sole 100mila abitazioni in 10 anni che risulta del tutto insufficiente rispetto ai reali fabbisogni censiti sul territorio nazional”.
… e arriva dopo il disastro dei Superbonus edilizi che ha favorito pochi e drogato i costi dei cantieri
Ma all’origine del “fallimento affitti” ci sono anche “i bonus edilizi , perché gli interventi straordinari, guidati dal Superbonus con una spesa pubblica che ha superato i 250 miliardi di euro, hanno prioritariamente favorito i ceti a reddito medio-alto, mancando l’obiettivo di incrementare il patrimonio edilizio a canone sociale o concordato e drogando i costi delle materie prime e delle ristrutturazioni e le politiche di dismissione del patrimonio residenziale pubblico avviate dagli anni ’90 che sono state gestite senza una visione di lungo termine, omettendo il reinvestimento dei proventi nella manutenzione e nella creazione di nuovo patrimonio pubblico”.
Le “vecchie case popolari” sono degradate e senza soldi per ristrutturarle restano vuote
Con la conseguenza, come ha proseguito il presidente di Appc nella sua dura “requisitoria” che vasti complessi di edilizia residenziale pubblica, quelli che una volta venivano chiamati case popolari, “versano oggi in stato di degrado o risultano sfitti a causa della mancanza di fondi pubblici per la ristrutturazione”. Uno scenario che definire sconfortante sarebbe un eufemismo, di fronte al quale il massimo esponente dell’Associazione piccoli proprietari di case ha voluto riaffermare con forza “il ruolo sociale della piccola proprietà immobiliare affermando, con un tono di voce che ha fatto registrare un deciso aumento di decibel, che ” In Italia, circa l’80 per cento dei piccoli proprietari è infatti costituito da ex operai e lavoratori dipendenti che hanno investito i risparmi di una vita in una o due unità immobiliari, spesso ereditate o acquistate con sacrifici, al solo scopo di integrare trattamenti pensionistici sempre meno dignitosi. Proprietari che non rispondono a logiche di speculazione finanziaria perché la loro principale leva di azione non è il massimo profitto, bensì la fiducia.
Lo Stato non tutela conto inquilini morosi o che danneggiano. E i proprietari non si fidano più ad affittare
Ma soprattutto piccoli proprietari nei quali la storica e persistente carenza di tutele legali e procedurali in caso di morosità o di danneggiamento dell’immobile ha generato un clima di profonda diffidenza, spingendo molti a mantenere gli appartamenti sfitti piuttosto che rischiare lunghi e costosi contenziosi giudiziari. Danneggiando soprattutto quella che viene definita la “fascia grigia” della popolazione: nuclei familiari con un Isee compreso tra i 14.000 e i 40.000 euro, soggetti che lavorano (i cosiddetti working poor o il personale essenziale come gli operatori ospedalieri) ma il cui reddito non è sufficiente a sostenere i canoni del libero mercato, e al contempo risulta troppo elevato per accedere ai servizi abitativi pubblici (Sap).
La “fascia grigia ” della popolazione, la più dimenticata, ne subisce le conseguenze maggiori
Sostenere questa fascia attraverso politiche concertate rappresenta il più efficace intervento preventivo per evitare lo scivolamento verso la morosità incolpevole, lo sfratto e il conseguente totale carico assistenziale a spese degli enti locali”. Una situazione grave, ma ancora “curabile”. Come? Magari seguendo alcuni consigli per possibili nuove manovre da compiere suggerite al Governo da Appc. “Al fine di superare la logica fallimentare dei sussidi “a pioggia” e dell’assistenzialismo sterile, esistono alcune proposte operative e strutturali, fondate su meccanismi mutualistici e di sussidiarietà circolare”, si legge nel documento realizzato da Vincenzo Vecchio e illustrato ai partecipanti al convegno Progetto Errant, partendo da una proposta destinata ad attirare sicuramente l’attenzione generale:
Il Governo usi una parte del denaro “generato” dal gioco d’azzardo per la casa: sarebbe una “scommessa” vincente
destinare al “sostegno” della casa “una quota pari al 10 per cento dei flussi economici generati dal gioco d’azzardo, stimati in circa 170 miliardi di euro annui a livello nazionale”. C’è da scommettere che milioni d0’italiani sarebbero d’accordo così come probabilmente anche su altre proposte come “costituire un fondo sovrano nazionale per il finanziamento di un piano edilizio straordinario a canone sociale; istituire di fondi alimentati da una frazione dell’imposta di registro sulle locazioni e da un contributo paritetico contenuto (1-2 per cento) tra inquilini e proprietari; garantire la copertura immediata della morosità incolpevole (fino a 12 mensilità) per azzerare il rischio locativo del piccolo proprietario in cambio di canoni calmierati”. E, ancora, i responsabili di Appc, hanno suggerito “l’erogazione di microcredito a tasso zero ai piccoli proprietari per la ristrutturazione e l’efficientamento energetico di immobili sfitti, con restituzione graduale a lungo termine e finanziamenti a 40 anni assistiti da garanzia ipotecaria statale fino al 50 per cento del valore catastale dell’immobile oggetto di riqualificazione profonda”. Le possibili cure esistono. Si tratta solo di scoprire se al Governo c’è chi è in grado di capirle e adottarle.

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