#iorestoacasa: un hashtag destinato probabilmente a rimanere impresso per anni, decenni nella memoria di tutti, così come incancellabile sarà il ricordo della pandemia da Coronavirus. #cambiocasa potrebbe invece essere la versione “adattata” perfetta per raccontare come la pandemia ha cambiato le “regole” dell’acquisto della casa. Già, perché se è vero che quel maledetto virus ha lasciato dietro a se un pesantissimo strascico di “effetti collaterali”, la stessa cosa vale per il mercato immobiliare, conseguenza del ricordo indelebile delle settimane, dei mesi vissuti costretti a una “residenza forzata” spostandosi solo fra sala, cucina, e camere da letto, senza poter uscire.Un incubo, soprattutto per chi non aveva spazi esterni come balconi e giardini che, non a caso, sono diventati nei mesi e negli anni successivi per molti acquirenti una voce imprescindibile. Come aveva del resto previsto, sei anni fa esatti, Francesca Zirnstein, direttrice generale di Scenari immobiliari, istituto indipendente di studi e ricerche, affermando che “le nuove abitudini sviluppate in questo periodo potrebbero modellare le scelte residenziali di domani”, e che “tra le nuove esigenze che emergeranno dopo la quarantena si può ipotizzare una maggiore richiesta di case con stanze in più e spazi esterni fruibili”.
Grandi balconi, irrinunciabili per vivere “fuori” anche stando “dentro” casa
Nuove abitazioni con nuovi spazi in grado di offrire nuove “vie di fuga” in caso di una non certo augurabile nuova pandemia, limitando il rischio di un contatto fisico troppo ravvicinato e continuo (pericoloso per il contagio, ma anche sotto l’aspetto psicologico….) diventate dal 2020 a oggi protagoniste del mercato, con richieste di spazi più ampi non solo “dentro” casa, ma anche fuori, con particolare attenzione alle dimensioni dei terrazzi per stare all’aperto anche senza varcare la porta d’uscita, o, ancora, con stanze in più o angoli flessibili dedicati allo smart working.
Smart Working, lavorare da casa ha spinto molti verso i piccoli paesi, meno cari, inquinati, pericolosi…
Un fenomeno, quello del “lavoro da remoto” che non si è limitato a “richiedere” qualche metro quadrato dedicato in più, ma in realtà ha anche “spostato” le aree scelte per andare a vivere. Lasciando le grandi città per trasferirsi nei Paesi, dove la qualità della vita sa essere spesso molto più alta rispetto al traffico, all’inquinamento, al rumore – senza dimenticare la violenza e l’insicurezza – di una grande città. Con il vantaggio, per di più, di veder scendere drasticamente i costi al metro quadrato rispetto a quelli “drogati” di capoluoghi come per esempio Milano dove una sempre più inspiegabile bolla immobiliare (se non appunto con il fatto che si tratta di una bolla, destinata prima o poi a scoppiare) ha fatto toccare alle valutazioni immobiliari cifre assurde.
Piccoli paesi attraggono? Sì, ma a patto d’essere “connessi”
Una fuga dalle grandi città verso le più piccole – se non addirittura piccoli paesi in campagna o in montagna, guidata da un altro “parametro” importante: la presenza di una “rete” valida, di collegamenti con fibra ottica che consentano davvero di poter lavorare da casa facilmente, senza rischi di collegamenti lenti o che “saltino” rendendo impossibile la connessione e quindi il lavoro digitale.
… e con case nuove o ristrutturate capaci di tagliare i costi delle bollette
Senza dimenticare un’ultima “voce” ritenuta altrettanto importante: l’aspetto energetico. Già, perché il ricordo della “vita da carcerati in casa 24 ore su 24” ha mantenuto ben vivo anche il ricordo dei costi delle bollette spingendo sempre più l’attenzione verso classi energetiche alte, coibentazione e impianti fotovoltaici e, dunque, verso edifici moderni o ristrutturati con un ridotto impatto ambientale.
Immagine generata con AI

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